L’uomo che sapeva troppo (Clint Eastwood dirige Leonardo Di Caprio in un’epica biografia del leggendario capo dell’FBI J.Edgar Hoover: una calamita per gli Oscar. Anche se l’opinione pubblica pensa che J. Edgar sia la solita storia d’amore..)

Guarda che faccia da coglione

Hoover nacque il giorno di Capodanno del 1895, a Washington D.C, la città in cui visse per tutta la vita.

Dopo aver frequentato la Gorge Washington University ottenendo una laurea in legge, trovò lavoro presso il Dipartimento di Giustizia nel corso della Prima Guerra Mondiale.

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Mostrando fin da subito l’ambizione che avrebbe caratterizzato la sua intera esistenza, fu presto promosso a capo della nuova General Intelligence Division nel Bureau Of  Investigation, predecessore dell’FBI.

L’ascesa rapida di Hoover fu ulteriormente aiutata dallo zelo da lui dimostrato nel corso dei cosiddetti Palmer Raids del 1919 e dell’inizio del 1920, ovvero i tentativi del Procuratore Generale A. Mitchell Palmer di eliminare dagli Stati Uniti le figure politiche sgradite, deportando gli agitatori di sinistra e i sospetti anarchici.

Fu proprio nell’atmosfera tesa della Paura Rossa seguita al primo conflitto mondiale che si formò la sua ossessione per l’anti-comunismo, da cui derivò la sua volontà di proteggere gli Stati Uniti da ogni nemico, interno come esterno, con ogni mezzo necessario.

Furono queste le forze che formarono la sua carriera e lo condussero all’isolamento e alla paranoia capaci di fargli superare i limiti, non solo della legalità, ma anche dell’etica.

Descritta da Di Caprio come “una madre che lo ha sempre spinto al successo sin da quando era bambino”, Anna Marie Hoover ha avuto una fortissima influenza sulla vita del figlio.

Suo padre, che ha sofferto di infermità mentale per quasi tutta l’infanzia di Hoover, non era riuscito ad avere successo in politica e Anna Marie era decisa a far prendere a Edgar (così lo chiamava, mentre il suo primo nome era John) il suo posto sul palco del mondo.

E ci è riuscita oltre ogni più rosea aspettativa.

Ma in J.Edgar si capisce anche che il futuro che desiderava per suo figlio ha portato con sé anche ripercussioni oscure e destinate ad avere conseguenze notevoli a distanza di molto tempo.

Il film comincia con Hoover, nell’ultimo anno della sua vita, intento a dettare le sue memorie.

E’ un mezzo di narrazione classico quanto efficace, che permette a Black –sceneggiatore- di sovrapporre non solo il vecchio tiranno al giovane idealista, ma anche il modo in cui lo stesso Hoover vede la propria storia alla realtà dei fatti.

Il suo odio per i Kennedy, che nel film minaccia con un dossier sugli scandali sessuali del Presidente, e perfino l’assassinio di JFK, vengono messi in secondo piano rispetto alla spinta centrale della narrazione, cioè la relazione di Hoover con sua madre, con la segretaria e confidente Helen Gandy (Naomi Watts) e, significativamente, con Clyde Tolson (Armie Hammer).

Attraverso questi rapporti, il film cerca di svelare il segreto di J.Edgar Hoover.

Quindi, ben lontano dall’essere una semplice biografia, J.Edgar diventa, in ogni modo, una storia d’amore.

Una storia d’amore che influenza la storia politica.

Che Hoover fosse un omosessuale represso non è una nuova teoria. Né mancano le controversie in merito. Ma la teoria ha un peso sostanziale.

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Hoover e Tolson lavoravano insieme, passavano insieme tutte le loro vacanze, mangiavano insieme ogni giorno, vivevano insieme e sono stati seppelliti l’uno accanto all’altro.

C’è una scena, nel film, in cui il giovane J.Edgar, con la balbuzie infantile che riemerge sotto stress, dice a sua madre (interpretata magistralmente da Judi Dench) che non sa ballare con le donne.

E’ quanto più vicino arrivi ad ammettere con lei , o con chiunque altro, la sua vera natura.

E la sua risposta è raggelante.

Gli ricorda infatti d’un suo amico d’infanzia che veniva chiamato Daffy, e che, scoperto a indossare una gonna della madre, si era suicidato per la vergogna.

E Daffy, gli spiega poi, è il diminutivo di Daffodil (Narciso).

“Preferirei avere un figlio morto”, conclude infine, “che un Daffodil”.

Non poteva amare liberamente perciò ha cercato l’ammirazione.

Mentre inizia a guadagnare potere, sostituisce il successo politico all’amore.

La vita di Hoover  è stata piena di segreti: i suoi, gelosamente custoditi da lui stesso e da coloro che gli sono stati vicini, nel corso della sua esistenza e oltre, e quelli degli altri, sfruttati e manipolati per proteggere se stesso e la sua posizione.

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