Lucifero

Eugenio Guerzoni era un simpatico signore di ottantatrè anni che da poco era rimasto vedovo.

I nipoti e le figlie abitavano in Svizzera e in dieci anni li aveva visti giusto un paio di volte, e anche gli amici della bocciofila li vedeva sempre più di rado; molti erano passati a miglior vita, altri erano in depressione o immobilizzati a letto.

La sua solitudine era tanto più amara se si pensava che ormai anche il suo cane era piuttosto anziano, e presto -una volta che anche questo fosse crepato- sarebbe rimasto completamente solo.

Per lui anche il pensiero di prendere un gatto era di fatto insopportabile; i gatti vivono anche fino a 20 anni, e lui sarebbe senz’altro morto lasciandolo solo, e nessuno che conoscesse era abbastanza giovane da garantirgli di potersi occupare di una new entry felina dopo la sua dipartita.

Quando si raggiunge una certa età”, pensava, “Ogni giorno può essere quello buono, non sono certo nella posizione di correre rischi, così come non sono nella posizione di accendere un mutuo o affrontare un viaggio fino a Ginevra per vedere figlie e nipoti, questo non tanto per la vecchiaia, quanto per il fatto che quando sei vecchio realizzi -non senza una certa amarezza- che le persone -in particolar modo quelle giovani- non hanno voglia di stare con te.

Semplicemente si rompono i coglioni, si fanno due palle così ad ospitarti a casa loro, magari nella stanza degli ospiti, e credono che più che un valore aggiunto tu sia nient’altro che una palla al piede”.

Si fa presto a dire che i nonni sono utili per i nipoti, che con la loro esperienza e i racconti sulla guerra costituiscano un prezioso elemento per non far perdere ai giovani la memoria storica, ed Eugenio in questo senso aveva dalla sua giusto un qualche aneddoto sulla fame e il disagio di quegli anni, ma non poteva sciorinare testimonianze di battaglie o esperienze vissute al fronte contro i tedeschi dal momento che quando la guerra iniziò aveva solo 12 anni.

Si rammaricava di non poter far riflettere le nuove generazioni sugli orrori di quel periodo, e nella solitudine dei suoi pomeriggi sulla sedia a dondolo spesso pensava di non potersi definire partigiano perchè, oltre al fatto che durante la guerra era troppo giovane, i suoi avevano entrambi preso la tessera del Partito Fascista, e non aveva mai potuto parlare delle esperienze dei suoi amici deportati perchè le figlie lo avevano sempre zittito prima ancora che potesse aprir bocca.

Ogni volta che provava ad affrontare l’argomento le figlie subito replicavano con frasi del tipo: “Papà, che cazzo racconti dei tuoi amici nei campi di sterminio, tu la guerra non l’hai fatta, non eri ebreo e oltretutto i tuoi avevano pure preso la tessera del Partito; meglio se stai zitto e lasci che siano i partigiani, quelli che la guerra l’hanno vissuta per davvero, a raccontare certe cose”.

Non aveva nemmeno mai potuto dire quanto gli fossero piaciuti “Uomini alle armi” o “Il giardino dei Finzi-Contini” perchè le figlie sicuramente lo avrebbero preso per il culo.

Spesso aveva pensato a cosa avrebbe fatto se si fosse ritrovato a dover scegliere, da quale parte si sarebbe schierato -se solo avesse avuto l’età per farlo- e in realtà, nel profondo del suo cuore, aveva sempre immaginato che avrebbe disertato, che se ne sarebbe andato da qualche parte lontano, dove la guerra non potesse raggiungerlo, e dove non fosse costretto a prendere una decisione.

La verità oltretutto è che non se la sarebbe sentita di ammazzare qualcuno.

Si era però sempre giustificato con se stesso raccontandosi che in ogni caso avrebbe dovuto trovarcisi nella condizione di prendere una decisione, per sapere davvero quale sarebbe stata la sua scelta.


E quindi si era sempre più o meno cullato dentro a quell’incertezza, che gli dava modo di immaginarsi al fronte, schierato coi partigiani, probabilmente reietto -perchè disconosciuto dalla famiglia- ma integerrimo quando si fosse trovato a denunciare i propri cari
rei di aver sposato la causa fascista.

Ad ogni modo il nostro Eugenio, morta la moglie Ernesta, si sentiva quantomai solo, e avrebbe fatto di tutto pur di evitare di morire in casa, immerso nella propria disperazione, e con nessuno ad accorgersi del suo cadavere se non molti giorni dopo la sua dipartita.

Già pensava a Pallino, il suo pinscher nano, che grattava la porta e guaiva in cerca di cibo, dopo che il suo corpo ormai privo di vita giaceva da giorni sopra un letto coperto di piscio e di sterco.

L’idea che più lo terrorizzava era quella che vedeva Pallino cibarsi delle sue carni putrescenti, non avendo altra alternativa se non quella per rimanere in vita.

E poi magari, alla fine, morirà lo stesso”, si diceva, “E troveranno entrambi morti, una volta che qualcuno finalmente si deciderà a dare l’allarme chiedendosi cosa ne sia stato di quel vecchio sfigato che al mattino usciva di casa per andarsi a comprare Il Resto del Carlino.

Questa prospettiva lo tormentava al punto che aveva cominciato già da qualche tempo a pensare a una via d’uscita, a un modo per sottrarsi a una fine tanto ingloriosa e disgraziata.

La prima cosa da fare, pensava, sarebbe stata quella di liberarsi di Pallino, così che non si trovasse costretto a divorarlo una volta passato a miglior vita.

Non posso continuare così”, pensava un giorno mentre guardava il TG di Mentana, “Pallino deve sparire: è stato un bravo cane, vorrei tanto incontrarlo nell’aldilà, e se per caso io finissi in paradiso mi piacerebbe incontrarlo. Ma come potrà mai realizzarsi tutto questo se Pallino si ciberà della mia carogna putrescente?” si chiedeva Eugenio dall’alto della propria fede cristiana -seppur traballante e dai contorni incerti-.

Aveva sempre pensato che ci fossero un paradiso e un inferno anche per gli animali, oltre che per i cristiani, ed era convinto -nonostante il parere contrario del suo parroco don Gesualdo- che se il tuo cane finiva nel paradiso per cani e tu in quello dei cristiani ci potesse essere tra queste dimensioni un qualche punto di incontro, come una specie di raccordo, tipo che una volta a settimana -magari la domenica- tu potevi andare a comprarti la Gazzetta del Paradiso e portare con te il tuo cane, ma questo sarebbe stato possibile solo se entrambi avessero ottenuto l’indulgenza divina.

 

Tale indulgenza -come era logico supporre- non sarebbe stata accordata a un cane che si fosse cibato del proprio padrone.

Potrebbe anche essere -pensava una sera mentre pisciava- che se anche Pallino si ciba del mio cadavere possa ugualmente schivarsi l’inferno animalesco -o canino-; ma questo solo se il motivo è che c’ha fame (in quel caso all’inferno animalesco può essere che chiudano un occhio).

A ogni buon conto Eugenio non se la sentiva di correre rischi, percui era arrivato alla conclusione che Pallino doveva sparire.

Non avendo intenzione di ammazzarlo -in quel caso avrebbe potuto finire all’inferno- la cosa migliore era abbandonarlo.

Viste le circostanze dall’altra parte avrebbero potuto comprendere la sua decisione, e se anche c’era la possibilità che lo prendesse l’accalappiacani e lo sbattessero in un canile comunque aveva una qualche possibilità di salvarsi, prospettiva che di sicuro gli sarebbe stata preclusa se semplicemente l’avesse fatto secco, rischiando oltrettutto di pregiudicarsi l’accesso al paradiso.

Così un giorno prese la decisione di lasciarlo lungo una strada di campagna, che fosse però un po’ distante da casa sua, per via del fatto che i cani, si sa, col loro fiuto e il loro senso dell’orientamento può essere che dopo qualche giorno te li ritrovi proprio fuori dal portone di casa, tranquilli e scodinzolanti.

Così prese la decisione che da Modena, dove abitava, lo avrebbe portato nella campagna mantovana, che faceva un po’ schifo ma che era in ogni caso abbastanza distante da scongiurare l’eventualità che Pallino si rifacesse vivo nel cortiletto della sua villetta a schiera, dove aveva abitato da cinquant’anni a questa parte, cinquantuno se consideriamo l’ultimo anno, quello trascorso dacchè Ernesta lo aveva lasciato solo a dover arrancare nella propria quotidianità, senza più uno scopo, solo ad aspettare la morte, solo nonostante il suo cane, di cui di lì a poco si sarebbe liberato.

Il mattino dopo aver preso questa decisione, e dopo aver passato la notte intera a pensarci senza quasi chiudere occhio -ma tanto i vecchi non dormono che poche ore per notte- si alzò di buona lena, deciso a liberarsi del povero Pallino.

Gli fece fare una colazione abbondante, con bacon e salsicce, dal momento che quello avrebbe potuto essere l’ultimo pasto del suo cane prima di andare incontro alla morte, o al canile o, chissà, magari a un nuovo padrone che -magari- avrebbe deciso di prenderlo e adottarlo.

Lo bendò con una specie di garza di modo che non potesse ricordarsi come tornare indietro e poi partì, sulla propria uno verde pisello comprata e immatricolata nel 1991, l’anno in cui sua moglie fu operata per la prima volta di cataratta.

Su Pallino, andiamo!!” disse, mentre il cane sembrava aver qualche remora a salire in macchina, quasi presentisse di andare incontro a un destino infausto.

Lo bendò e gli disse cose belle, tipo “Pallino, ci rivedremo in paradiso la domenica, e faremo le passeggiate per andare a comprare la Gazzetta Paradisiaca, e sarà bello, vedrai, ci sarà anche Ernesta con noi. Tu magari vivrai momenti brutti, i primi tempi, ma poi tutto passerà, vedrai, e sarà bello,sarà bello..”.

Percorsero le strade di campagna, passarono per Moglia di Mantova e ad Eugenio parve che fosse proprio il posto adatto per lasciare il suo amico a quattro zampe, che però sembrava non volerne sapere di scendere, e così Eugenio lo dovette tirare giù di forza dalla macchina, e qualche ignaro passante guardando la scena si chiedeva cosa ci facesse un cane bendato con un vecchio rincoglionito che gli parlava del paradiso.

Gli mise il guinzaglio e si allontanarono insieme, mentre il cane piangeva e a tratti opponeva resistenza, guaendo e tirando così forte all’indietro da procurarsi perfino la tosse.

Quando arrivarono vicini a un campo, coi papaveri e i fossi, e l’erba alta, Eugenio liberò Pallino, che però continuava a fissarlo e non voleva saperne di allontanarsi da lui.

Avendo previsto questo genere di evenienza il vecchio gli lanciò una salsiccia, che si era preparata in tasca, avvolta in un fazzoletto di tessuto (lo stesso tra l’altro con cui aveva pianto Ernesta il giorno del suo funerale).

Il cane inseguì la salsiccia e in un attimo aveva coperto in volo la distanza che lo separava dal pezzo di carne; in un boccone se l’era già mangiato, ed Eugenio nel frattempo arrancava cercando di tornare alla macchina.

Quando il povero animale, scodinzolando, tornò indietro e l’ebbe raggiunto, Eugenio trasse dalla tasca una seconda salsiccia, e cercò di lanciarla il più lontano possibile, ma si stirò un muscolo del braccio, e urlò di dolore, e in quel mentre gli venne da dare la colpa al cane, e disse “Maledetta bestiaccia, guarda se dev’essere così difficile liberarmi di te!!”.

Percorse a passi più svelti che potè -considerati gli ottantatrè anni e mezzo- la distanza che lo separava dalla Uno verde pisello parcheggiata nel centro della cittadina nel mantovano, ma non riuscì, neanche con una terza salsiccia, ad arrivare alla macchina senza che il cane fosse di nuovo lì, ad osservarlo mentre armeggiava con le chiavi.

C’erano un passante o due, che lo guardavano, ed il nostro sentì come di doversi giustificare, e disse qualcosa del tipo :”Sapete di chi è questo adorabile cagnolino?”, ma il fiatone e il braccio dolorante che si stringeva al petto in qualche modo tradirono le sue intenzioni anche se la gente, si sa, tende sempre a farsi i fatti propri e difficilmente interviene, se può fingere che le cose vadano bene, giusto per starsene a posto con la coscienza.

Finse di coccolare un cane che non era il suo, aspettando che i passanti si allontanassero, e poi gli si strinse il cuore mentre metteva in modo il Verdigno, così chiamavano lui ed Ernesta quel cesso a pedali che era la loro macchina, immatricolata nel 1991.

Mentre Pallino guaiva ed inseguiva la macchina ad Eugenio sarebbe scesa qualche lacrima, se non fosse stato per la secchezza oculare di cui soffriva da circa una decina d’anni e che gli aveva procurato almeno una ventina di ulcere.

Te la caverai, Pallino, vedrai, troverai qualcuno che si occuperà di te e che ti vorrà bene”, e ripetè questa frase come un mantra, mentre spingeva l’acceleratore del Verdigno facendo nuovamente rotta verso casa.

Passarono un paio di giorni, ed Eugenio superò il dispiacere per Pallino convincendosi che quella fatta fosse la scelta migliore per lui, e per il cane.

Nel frattempo pensò ad un modo il più possibile veloce per farla finita e smetterla di vivere così, in attesa della morte che non arrivava ma che era ovunque ormai, negli oggetti di casa, nelle foto appese, nel suo corpo stanco, avvizzito e dolorante.

Nei giorni che seguirono pensò a vari modi per farla finita, ma non seppe trovare il coraggio di fare tutto da solo.

Tra le idee che gli erano venute per mettere fine alla propria grinzosa ed inutile esistenza c’era anche quella di utilizzare il tubo di scappamento del Verdigno, chiudendosi in garage e -semplicemente- addormentandosi mentre il monossido di carbonio faceva il resto, procurandogli una fine dolce, lenta ed indolore.

Aveva pensato di buttarsi giù dalla finestra, ma sarebbe stato forse troppo doloroso, e al di là di quello c’era un pensiero che non lo lasciava mai, e che ogni tanto riaffiorava nella sua mente flaccida.

Questo pensiero era sempre lo stesso, declinato più o meno allo stesso modo, ed era esattamente ciò che rendeva ogni suo intendimento sul farla finita assolutamente inutile, se non addirittura privo di senso.

Non si capacitava del fatto che per morire avrebbe dovuto passare necessariamente attraverso l’esperienza del suicidio; questa cosa forse non l’avrebbero perdonata lassù, nell’aldilà.
Se l’avesse fatta finita allora tanto valeva che facesse fuori anche Pallino, cosa che non aveva fatto appunto per scongiurare l’eventualità di una
discesa negli inferi.

Quindi, nella sua mente -un po’ rallentata dagli psicofarmaci che gli erano stati somministrati per superare senza troppi strascichi la dipartita di Ernesta- cominciava ad affiorare un pensiero che l’avrebbe in qualche modo riabilitato al paradiso, e che -contemporaneamente- gli avrebbe forse permesso di farla finita, di spegnere cioè la sua esperienza terrena ormai priva di gioie, speranze, e di un qualche significato che accendesse in lui la voglia di vedere il giorno successivo.

Cominciò a pensare che se qualcuno l’avesse ucciso -anche se in qualche modo fosse stato lui ad agevolare le circostanze in cui quell’”omicidio” si fosse compiuto- forse di là non l’avrebbero visto come un suicidio, ma come il gesto di una persona che aveva bisogno di aiuto, e che proprio in forza di quel bisogno magari poteva essere risparmiata dall’eterna condanna che invece un suicidio in piena regola avrebbe comportato.

Si trattava in altri termini di un’idea decolpevolizzante che avrebbe potuto riservargli una minore afflizione nell’aldilà, e che al contempo costituiva -forse- una scorciatoia per levarsi di torno e lasciare questo mondo senza altre prospettive se non quella di crepare e decomporsi nel proprio letto pieno di piscio.

Decise così di dar corpo alle proprie intenzioni già a partire dall’indomani.

Una volta alzato dal letto lo stato ipnagogico gli proiettava in testa le immagini di Pallino (che talvolta tornava nel giardino di casa scodinzolando e talvolta veniva investito da un TIR con la scritta IVECO guidato da un rumeno).

Si mise la giacca e il classico cappello dei vecchi -non più lavato dai tempi del funerale di Ernesta- ed uscì, deciso a non tornare a casa se non dentro a una bara, e in attesa di essere esposto alle Camere Ardenti.

Prese il Verdigno e guidò fino a Cognento (frazione di Modena con un interessante cavalcavia che passa proprio sull’Autostrada).

Parcheggiò e aspettò l’auto giusta, che sfrecciasse ai ritmi adeguati al suo proponimento.

Dopo un po’ vide una BMW scendere dal cavalcavia a non meno di 85 Km/h, aspettò il momento giusto e si lanciò, protendendosi affinchè l’auto potesse stirarlo a dovere.

Si sentì una grande frenata, un forte odore di gomma bruciata, e lo stridio degli pneumatici sull’asfalto.

Una donna con un passeggino che aspettava di attraversare la strada a pochi metri di distanza non ebbe la forza di gridare, ma un urlo le si strozzò in gola, e aveva gli occhi carichi di paura.

L’uomo della BMW scese dall’auto e si avvicinò al vecchio, che giaceva a terra.
“Lei è un pazzo”, gridò, “Si rende conto che stava per farsi ammazzare, e qualcun altro avrebbe potuto rimanere ucciso, o ferito?”.

Eugenio era a terra, dolorante e pieno di escoriazioni, il sangue gli macchiava i pantaloni e la camicia, le braccia e la fronte. Aveva tanto male da non riuscire a muoversi, figurarsi se riusciva ad alzarsi.

Per fortuna che non passava nessuno dall’altra parte”, disse l’uomo della BMW, “Avrei sicuramente fatto un frontale”.

Eugenio pensava soltanto che voleva andarsene, e malediva il Cielo che non gli aveva permesso di portare a termine il suo gesto estremo, e mentre si disperava l’autista della BMW parlava al telefono con la Polizia Stradale:
“Non so, me lo sono visto davanti, sembrava quasi volesse finirmi sotto la macchina, secondo me è rincoglionito!!”.

Eugenio nel frattempo stava fermo immobile, con la faccia schiacciata contro l’asfalto, che gli bruciava perchè erano le 3 del pomeriggio di una calda giornata di maggio, e non aveva la forza di muoversi.

Quella posizione era diventata il suo bozzolo, avrebbe voluto rimanere lì per sempre, immobile, fino a che qualcuno non fosse passato a prenderlo per portarlo altrove, mettendo fine così a tutti i suoi patimenti, a quella straziante solitudine che non lo lasciava, ai ricordi in bianco e nero, proprio come in “Schindler’s List”, anche se lui la guerra non l’aveva fatta.

Passarono due giorni ed Eugenio era di nuovo a casa, con qualche garza e svariati punti di sutura al braccio sinistro, dolori in tutto il corpo, e il morale a terra.

Alla Polizia Stradale che stilò il verbale disse di non aver visto la BMW, che il sole era accecante e lui era stato operato di cataratta solo una volta e ormai quando c’è tanta luce non ci vede quasi più quando esce di casa -e gli occhiali da sole, purtroppo, li aveva dimenticati-.

Nei giorni successivi pensò alla tangenziale, o meglio ancora all’autostrada, tutt’al più a un valido cavalcavia da scavalcare per buttarsi di sotto.

Poi scartò l’idea del cavalcavia perchè non era sufficientemente decolpevolizzante e sapeva troppo di suicidio.

Tentò, a dire il vero, di buttarsi sotto qualche altra macchina, ma benchè si protendesse e sforzasse non era sufficientemente pronto di riflessi, e finiva sempre allo stesso modo, con la gente che lo schivava e gli dava del rincoglionito.

Questo andò avanti per un po’.

Fino a che un giorno, stremato dai vani tentativi di suicidio decolpevolizzante, si ritrovò in bocciofila a bersi un quartino di bianco con uno dei suoi ex compagni di bocce, Vivaldo Fornaciari.

Questo teneva in braccio un cagnolino, e ad Ernesto, quando lo vide, venne subito in mente Pallino, e avvertì come un nodo alla gola, e un moto di nostalgia, di mancanza per il suo povero amico da lui abbandonato.

Chissà dov’era, adesso, se era stato adottato, oppure se si era fatto stirare da un’auto, cosa che ad esempio ad Eugenio non era ancora riuscita.

Per un attimo gli mancò tanto Pallino (ormai erano svariate settimane dacchè l’aveva lasciato per strada, a rincorrere il Verdigno) e di colpo si sentì solo, più ancora di quanto non fosse quando gli venne in mente di abbandonare il suo povero cane.

Ma ebbe un vero e proprio tonfo al cuore quando sentì Vivaldo, col suo nuovo amico in braccio, che diceva queste parole: “Sai, prima mi sentivo solo, e volevo suicidarmi da quando Ermenegilda è morta cadendo mentre si alzava dalla poltrona. Volevo solo farla finita, ed ero a un passo dal provarci”.

E’ per questo che in bocciofila per più di sei mesi non ti sei fatto vivo dopo il funerale di Ermenegilda?”, chiese Eugenio, che ormai aveva un groppo alla gola.

Esatto; ma poi questo cagnolino randagio che ogni tanto vedevo frugare nella spazzatura in cerca di avanzi, così brutto, e con nessuno che gli volesse bene, mi ha dato modo di vedere le cose in modo diverso, e di uscire dalla depressione”.

Eugenio non proferì parola; era immobile, quasi pietrificato.

L’ho preso in casa”, continuò Vivaldo “E la mia vita è cambiata completamente. Vedi, a volte ci sentiamo soli perchè non abbiamo nessuno da accudire, o qualcuno con cui condividere le nostre giornate. Ma spesso dipende proprio da noi, che non abbiamo la capacità di capire quanto è importante quello che già abbiamo”.

Si fermò un attimo, e continuò “Io ad esempio ci ho messo almeno un paio di mesi prima di accorgermi di Lucifero, prima ero così giù che neanche lo vedevo”.

Lucifero?”, chiese Eugenio stupito.

Sì, e sai perchè?”, continuò Vivaldo. “Perchè ha portato la luce nella mia vita, e al contempo l’ho conosciuto quando tutto mi sembrava un inferno”.

E aggiunse, infine, dopo un lungo sospiro, ma continuando ad accarezzare il cane “Un giorno è come se ti svegliassi dal torpore, e ti accorgi che tutto quello di cui hai bisogno è sempre stato lì davanti a te, solo che non avevi alzato lo sguardo quel tanto che bastava per rendertene conto”.

La luce in realtà era già dentro di te?”, chiese Eugenio, sconvolto ma anche interessato.

Esatto, e anche l’inferno, Lucifero è stato solo un aiuto, ma non lo avrei notato se non fossi stato pronto. E lo stesso vale per tante persone; quello di cui abbiamo bisogno è già dentro di noi, cerchiamo altrove ma non ci serve altro che quello che già abbiamo. Basta accorgersene, e abbandonare lo stato di tristezza in cui noi stessi abbiamo scelto di confinarci”.

 

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