Shame

La sorella del tipo..sembra tanto carina, ma vi garantisco che è una rompicoglioni..in compenso canta davvero bene. L'avevamo già vista in Inglorious bastardards (Bastardi senza gloria)..ve la ricordate??..Su, sforzatevi un attimo..

Era il 2008 quando al Festival di Cannes esplose il talento di un certo Steve McQueen.

No, non sono impazzita, trattasi semplicemente di un caso di omonimia cinematografica.

Il nuovo McQueen è nero, fisicamente imponente e viene dal mondo della videoarte, ma con il suo esordio alla regia (‘Hunger’, la storia della resistenza carceraria del leader dell’IRA Bobby Sands -sfortunatamente inedito in Italia) sbalordì tutti.

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Shame, un film girato in soli 25 giorni, ha suscitato più di una controversia in quel di Venezia, alla Mostra Internazionale del Cinema del 2011, per la tematica forse poco originale, ma estremamene graffiante.

Da un lato c’è Brandon (Michael Fassbender), trentenne dalla vita apparentemente perfetta ma che soffre di una dolorosa ossessione per il sesso.

Gode e soffre in un abisso di nichilismo puro, dove lo zenit e il nadir di un circuito emozionale fallato coincidono drammaticamente.

Dall’altro c’è Sissy (Carey Mulligan) , la fragile sorella, più propensa a chiedere aiuto , a vivere un’inconfessabile complicità col passato, esige comprensione, protezione, supporto.

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Entrambi immersi in una solitudine epocale di cui sembra essere intessuta l’intera metropoli (la ‘New York,New York’ intensa e sofferta che affiora nella voce della Mulligan,la New York grigia e pulsante, terra di belle speranze ma che non risparmia nessuno con il suo dolore, la sua avvenenza e la sua ipocrisia) una solitudine in realtà relativa e stretta all’isolamento dei personaggi, nel loro essere diversi ed incapaci di spezzare la catena che li tiene prigionieri. Finchè vivono le loro vite separatamente, i due continuano a girare in un vortice psichedelico di ricordo e paura, di arrendevolezza e anelito, che li condanna all’autodistruzione.

Quando però Sissy piomba all’improvviso nella vita del fratello, mettendolo (e mettendosi) di fronte ai fantasmi che li tormentano da sempre, cercheranno insieme di risalire in superficie. I due ricostruiscono e riportano alla luce un rapporto che a tratti potrebbe sembrare incestuoso (ma senza mai rivelarsi) e che è la loro unica ancora di salvezza.

Il regista coniuga eleganza e brutalità, ritmata dal magnetico commento musicale in crescendo di Harry Escott e da una vibrante colonna sonora che spazia da Howlin’ Wolf a John Coltrane a Chet Baker fino agli Chic e a Blondie (una pellicola infatti molto anni ’80, per fotografia e situazioni ma con il disicanto del Nuovo Millennio) ma dove la parte del leone spetta a Johann Sebastian Bach, dominato da un  Fassbender imponente e carismatico.

Shame può essere così esperito su due piani: quello della psicologia di un uomo che non riesce a rapportarsi con le donne e che, per negare questa incapacità, finisce con il patimento di una vera e propria patologia sessuale (perfettamente controbilanciata dal desiderio di riscatto di Sissy).

Il secondo piano è quello sociale e politico, in linea con quanto aveva già espresso McQueen in ‘Hunger’, qui quasi mai mostrata ma solo intuita nelle parole e nei gesti:  il grido sordo e disperato di un uomo che è in ogni uomo, incapace di affrontarsi ed affrontare gli eventi. Impossibilitato a vivere uno stato civile (il rapporto costruttivo con l’altro sesso), senza mai abbandonarsi pienamente a quello naturale (che, anzi, finisce con il procurargli dolore fisico e psichico).

MI PIACE A BOTTA !!!

Brandon trova pace unicamente nel rapporto platonico con una donna che ha condiviso le sue stesse esperienze e il suo stesso dolore, che lo può comprendere e perdonare senza, finalmente, provare vergogna.

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